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      I nemici, già tanto inviliti in faccia ai popoli, avrebbero riputato ventura poter deporre le bandiere ai piedi almeno di soldati. Gettavano le armi per far sacco; le vendevano ai contadini da sotterrare, per rivenderle poscia o dividerle coi volontari; avrebbero di quei giorni venduto il generale, se avessero potuto trovar denari. Ma ignorarono sempre l'arrivo d'un esercito sulle loro tracce; non udirono mai il tuono d'un cannone; videro solo turbe improvise e fucili da caccia. E quando una dozzina d'uomini di Genova Cavalleria, sorpresi sull'alba del 6, con quei continui spaventi addosso che instillavano loro le dubiezze dei comandanti, si lasciarono condurre prigionieri in Mantova, i croati, all'uniforme o all'insolito accento, li credettero soldati francesi come caduti dalle nuvole. Pur troppo la tradizione dei secoli appena ricordava fra i nemici dell'Austria la casa di Savoia.
      Lasciato fugire invano il fatale momento, potevasi ancora far pro dei grandi esempi. Dacchè il nemico aveva ad assicurarsi contro i cittadini di Verona e di Mantova, e fornir di cibo, di polveri e di cannonieri le spolpate fortezze, nè aveva superfluo di gente da poterne con effetto uscire a notevole distanza, era mestieri serrarlo dappresso per levargli subito d'intorno quanto si poteva di vittovaglie; interrompere ogni strada con trincere, empiendole di volontari; prodigare armi e denari ai trentini ancora incerti; sostenere virilmente i montanari già in armi dei Sette Communi, del Cadore, dell'Alpago, della Carnia; e più tardi coll'esercito mobile togliere ad ogni costo il passo alla divisione Nugent, che aveva già alle spalle Osopo e Palmanova e ai fianchi Venezia e il Cadore, e non fu poi nemmen da tanto da forzar Vicenza.


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Considerazioni sul 1848
di Carlo Cattaneo
pagine 217

   





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