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      Alquanto iscostatomi dalle mie fascie, prestissimo mi rivolsi indietro; e se bene io viddi un'altra guardia, tal volta quella non volse veder me. Giunto alle mie fascie, legatole al merlo, mi lasciai andare; per la qual cosa, o sí veramente parendomi essere presso a terra, avendo aperto le mane per saltare, o pure erano le mane istracche, non possendo resistere a quella fatica, io caddi, e in questo cader mio percossi la memoria e stetti isvenuto piú d'un'ora e mezzo, per quanto io posso giudicare. Di poi, volendosi far chiaro il giorno, quel poco del fresco che viene un'ora innanzi al sole, quello mi fece risentire; ma sí bene stavo ancora fuor della memoria, perché mi pareva che mi fussi stato tagliato il capo, e mi pareva d'essere innel purgatorio. Stando cosí, a poco a poco mi ritornorno le virtú innell'esser loro, e m'avviddi che io ero fuora del Castello, e subito mi ricordai di tutto quello che io avevo fatto. E perché la percossa della memoria io la senti' prima che io m'avvedessi della rottura della gamba, mettendomi le mane al capo ne le levai tutte sanguinose: di poi cercatomi bene, cognobbi e giudicai di non aver male che d'importanza fussi; però, volendomi rizzare di terra, mi trovai tronca la mia gamba ritta sopra il tallone tre dita. Né anche questo mi sbigottí: cavai il mio pugnalotto insieme con la guaina; che per avere questo un puntale con una pallottola assai grossa in cima del puntale, questo era stato la causa dell'avermi rotto la gamba; perché contrastando l'ossa con quella grossezza di quella pallottola, non possendo l'ossa piegarsi, fu causa che in quel luogo si roppe: di modo che io gittai via il fodero del pugnale, e con il pugnale tagliai un pezzo di quella fascia che m'era avanzata, e il meglio che io possetti rimissi la gamba insieme, di poi carpone con il detto pugnale in mano andavo inverso la porta.


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La Vita di Benvenuto Cellini
di Benvenuto Cellini
pagine 536

   





Castello Giunto