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      Gridava maestro Pietro:
      - Si fermi la signoria vostra, signor don Chisciotte, e consideri che quelli che ella qua rovina e calpesta non sono già Mori davvero, ma figurini di pasta: guardi bene, poveraccio di me! che manomette e manda in precipizio tutta la mia bottega.» Non per questo ristava don Chisciotte dal diluvio delle coltellate, imbroccate, soprammani e manrovesci. Finalmente in meno di due credo fece voltare sossopra il casotto, e andarono con esso in mille pezzi tutte le bagatelle e le figure e il re Marsilio malferito e l'imperatore Carlomagno colla corona spezzata e colla testa spaccata in due parti. Tutto l'uditorio allora si ammutinò, fuggì lo scimiotto pel tetto dell'osteria, tremò il giovane, si avvilì il paggio, e fino lo stesso Sancio ebbe molto spavento: perché, come poi giurò quando la burrasca era passata, non avea mai più veduto il suo padrone montato in cotanta furia e così pazza e bestiale. Fatta dunque la intera distruzione del casotto, don Chisciotte si calmò alquanto e poi disse: - Vorrei avere qua al mio cospetto tutti coloro che danno fede né vogliono credere di quale profitto siano i cavalieri erranti nel mondo, e certo dovrebbero confessare che se non mi fossi trovato io presente, Dio sa che cosa sarebbe divenuto del bravo don Gaifero e della leggiadra sua Melisendra! Ah adesso appunto quei cani l'avrebbero raggiunta, e n'avrebbero fatto mal governo: eh sì, sì, viva, viva la errante cavalleria sopra quante cose vivono in terra.
      - Viva pure, si udì a ripetere con fiacchissima voce maestro Pietro, e muoia io, io disgraziato tanto da dover cantare con don Rodrigo:


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Don Chisciotte della Mancia
di Miguel de Cervantes Saavedra
Edoardo Perino
1888 pagine 1298

   





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