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      Adesso lei lo pregava con una tenerezza strana e penetrante di espressione.
      Egli vedeva l'abisso in cui era caduto, non era vero? Ebbene, bisognava, una buona volta, aprir gli occhi ed essere uomo. Con un po' di buona volontà, il male fatto potevasi ancora riparare. Perché dunque non lo avrebbero riparato insieme? Lei, la giovine donna, non lo domandava per sé, finalmente! lo domandava nell'interesse esclusivo dell'uomo ch'era pur sempre suo marito.
      Si faceva affettuosa, trattando Pippo da vero bamboccione: chi avrebbe mai detto che un Ferramonti poteva perdere il giudizio al pari di lui? Ma senza dubbio era stato l'accesso di una pazzia momentanea, che non si sarebbe rinnovata. Ella n'era persuasa; ma ne voleva la conferma. Domandò che il marito glie lo giurasse, non fu paga, fin che non ebbe udito dalla sua bocca il giuramento, pronunciato in modo solenne.
      Terminarono cosí il colloquio, senza mettervi piú una frase dura. Irene era sicura del fatto suo: la scossa data al marito sarebbe stata efficace. Se mai, ella era pronta a rincarare la dose, quando il bisogno lo avesse voluto. Il suo fascino durava intero; aveva mezzi diversi per esercitarlo; e lei era piú che mai disposta ad usarli tutti.
      Insomma, ella iniziava l'opera di riparazione della quale aveva riconosciuta la necessità la notte del martedí grasso. Nei tre giorni trascorsi non aveva pensato seriamente ad altro. Talvolta si era sentita sgomenta delle difficoltà formidabili da cui si vedeva circondata; ma la soccorreva una fiducia di persona che ha imparato dagli errori e dall'esperienza; una volontà forte e calma.


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L'eredità Ferramonti
di Gaetano Carlo Chelli
pagine 243

   





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