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      Non basta il male che ho fatto finora?... E tu proteggimi, sacro affetto superstite, prezioso come la lampada all'esquimale, tu a cui deve essere consacrato il cuore dell'orfano, fino al suo ultimo respiro.
      Tacere, ascoltare, sorridere, soffrire in silenzio, ecco la mia parte.
      Pazienza!... ancora pochi anni!... Dio mi risparmierà, spero, la vecchiaja e quindi molto non ci vorrà al riposo. Contienti povero cuore: ancora pochi anni!... un po' di terra sopra, e nessuno saprà quanto hai sofferto.
     
      Come un solo barlume di gran luce è bello!... Come ha potestà di dar gioja ad una scena morta, senza ombra di avvenire, senza orizzonte: rifiutato da me stesso, nel modo piú assoluto, per mille sante ragioni, pure un solo principio di simpatia, un'ombra vaga di tenerezza basta a rallegrare la mia misera vita.
      Mi lascio cullare dalle onde: bellissimo di suprema avvenenza è il cielo, il tramonto lo imporpora... ah! pur troppo verrà la notte, ma egli è appunto per questo che nell'immenso campo, che mi si stende sopra agli occhi, le vaghe tinte si mescolano, si fondono insieme: perciò a quello splendore incandescente di sole al suo declino, fanno corteggio smaglianti colori, viola e roseo, soave come un concento di liuto, come un pensiero di gioventú.
      Dopo verrà la notte: accarezza crepuscolo fuggitivo, lambi la terra: niente sarà mai bello quanto l'ultima nota d'una melodia incantatrice. L'anima che ama e che soffre è allo stato sublime.
     
     
     
      Di Alessandro a Fiorenza.
     
      Vercelli – Primi di marzo 1849
     
      Perdona, mia Fiorenza, se non ti potei scrivere dopo la catastrofe.


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La rivoluzione in casa
di Luigia Codèmo
pagine 354

   





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