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      Tutto ciò fu un incentivo per Alessandro.
      – Andiamoci, Fiorenza! La marchesa, è vero, ha del retrogrado, ma almeno ci si può parlare con libertà.
      – Fammi questa grazia, andiamoci, – sussurrò in un orecchio a Fiorenza, la Clelia.
      E quella:
      – Perché?
      La Clelia le fece un segno che tacesse e annuisse.
      – Sia pure, – disse Fiorenza; vestirono il piccolo Ugo e partirono.
      La carrozza era bellissima; un carrozzone di famiglia e proprio da signori. Stemmi da per tutto, cuscini soffici, suste a molla: vetri lucenti e tutto in ordine.
      Anco la vista del paese faceva inclinare all'idilio.
      Il frumento venía su rigoglioso e copriva tutte le campagne, a perdita d'occhio. Mosse le belle spighe feconde al soffio d'un po' d'aria, pareva che con esse, simili al mare, ondeggiassero gli stessi campi. Né meno bello era il cielo, mezzo coperto verso l'orizzonte di nuvole viola, distese come un gran tendone, da un punto di esso scappavan fuori gli ultimi raggi del sole; vivissimi nella loro trasparenza, dilatati a ventola, bastavano da quel breve pertugio ad indorare, che dico?... ad avvampare tutta la scena.
      Alessandro vedendosi là colla sua famiglia, vedendo la sua sposa rimessa in calma, dopo tanto male, fu preso da una gioja improvvisa e quasi di fanciullo. Cosa a cui la sua indole appassionata e nervosa lo rendeva accessibile.
      – Ah! – diss'egli, – tu mi seduci colle insidie della ricchezza. Come si fa dopo avere pranzato, e che si è trasportati sopra un letto di piume, da cavalli che danzano volando per la via, in mezzo a questa bella natura; con un bel puttino e una tosa allegra seduti in faccia.


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La rivoluzione in casa
di Luigia Codèmo
pagine 354

   





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