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      Il fiscale, riferendo le denunzie, le colpe, le pruove, amplificandole a danno, e tacendo le scuse, dimandava per cinque la morte, preceduta dai tormenti della tortura, "spietati come sopra cadaveri", sia per incremento di supplicio, sia per tirarne altri nomi di complici e di fautori. Al Medici e ad altri tre (que' medesimi accennati dalla Giunta d'inquisizione) la sola tortura, per gli argomenti già riferiti, ed ora con maggior impeto ripetuti. E per i rimanenti dicianove, continuazione di carcere e di procedura, sperando migliori pruove dalle confessioni per tortura, e dal tempo. Parlarono a difesa gli avvocati; e benché magistrati scelti dal re a quell'uffizio, amanti e devoti alla monarchia, rotti nel discorso e tempestati dal Vanni, sostennero animosamente le parti degli accusati. Giusti furono i giudizi, che ne decretarono la innocenza e la libertà. Usciti del penoso carcere quei ventotto ed altri parecchi, la dimostrata ingiustizia della prigionia, la morte in essa di alcuni miseri, e 'l racconto de' patiti strazi, generarono lamento universale; tanto che il Governo, per incolparsene, unì il suo sdegno allo sdegno comune, ed indicando il Vanni fabbro di falsità, lo depose di carica, lo cacciò di città, l'oppresse di tutti i segni della disgrazia; il principe di Castelcicala, suo compagno alle colpe, se ne mondò, gravandone il suo amico infelice; il general Acton simulò di allontanarsi da' carichi dello Stato; altri uomini, altre forme si viddero nel ministero, ma le cose pubbliche non mutarono. Sgomberate le carceri di alcuni prigioni, ripopolavansi di molti; gli stessi uomini malvagi rimasero potenti; le spie, la polizia, i delatori non caddero né scemarono; Castelcicala fu ministro per la Giustizia, ed al Vanni passavano in secreto ricchi stipendi e consolatrici promesse.


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Storia del reame di Napoli
di Pietro Colletta
pagine 963

   





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