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      Per le quali sfrenatezze il procedimento non era catena necessaria di atti legali, ma un aggregato di fatti vari quanto i casi di fortuna o di regia volontà.
      Assai peggiori de' giudizi civili erano i criminali: inquisitorio il processo, inquisitori gli scrivani; magistrato, la regia Udienza o il Commissario di campagna o la Vicaria criminale. Disusata la tortura agli accusati ed ai testimoni, non cessavano i martori di carcere, di ceppi, di fame. Tassavano le prove; il delitto che più ne avea, più gravemente punivasi; e così gl'indizi, non più argomenti alla coscienza de' giudici, bensì membri del delitto, apportavano, secondo il loro numero, pena maggiore o minore di galera o di carcere. Durava, peggiorato, il giudizio del truglio (ignoro le barbare origini del vocabolo e della pratica), maniera di compromesso fra 'l fiscale e lo stipendiato dal re difensore degli accusati, per cui questi andavano improvviso dal carcere alla pena d'esilio o di galere, non sentiti, non difesi, nemmeno compiuto il processo, contati e non scelti tra' detenuti, a solo fine di vuotar presto le carceri e schivare il tedio de' giudizi. Era il comando regio ne' processi criminali così continuo, che spesso, dopo il diritto, il re componeva il magistrato da giudicare, prescriveva il procedimento e la pena, come vedemmo elle cause di maestà l'anno 1799. I giudizi "ad horas" e "ad modum belli" erano frequenti. Due volte, magistrati diversi, per accusa di parricidio, si divisero in partiti tra la colpa o la innocenza; ed il re Carlo, benché pio, tenendo certa la colpa, e fastidito della ritardata pena, ruppe le more, comandando che l'accusato capitano Galban morisse sulle forche. E perciò tra i molti errori della napoletana legislazione era massimo la servitù cieca dei giudici all'arbitraria volontà del principe.


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Storia del reame di Napoli
di Pietro Colletta
pagine 963

   





Udienza Commissario Vicaria Carlo Galban