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      Di modo che seguitava a tirare innanzi, non sapendo a che santo votarsi; quando un bel giorno fu inaspettatamente costretto a fare per forza quello che fino allora non aveva voluto fare per amore.
      Una mattina Leona, svegliatasi un po' più presto del solito, toccò due o tre volte il bottone del campanello elettrico, per ordinare alla cameriera di portarle la tazza di latte caldo, che ella soleva bere tutti i giorni prima di alzarsi da letto. Ma fosse difetto di acqua nelle pile, fosse altro guasto dell'apparato, il campanello non suonò: e bisognò che la signora si levasse da sola, si gettasse un accappatoio sulle spalle e andasse in cucina. Trovò il latte sul fuoco, lo prese e già apriva bocca per chiamare qualcuno, quando le parve di udire profferire il suo nome, nella vicina stanza da pranzo, con una risata beffarda, da Domenico.
      Gli occhi le sfavillarono dalla collera; ristette e si pose in ascolto. Marianna diceva:
      - E va bene! E tu che vuoi? Se al signorino è piaciuto di pigliarsi colei?
      - Sarà - rispondeva il romano - ma quella di godersi gli avanzi dei butteri...
      Leona non lo lasciò terminare. Spalancare bruscamente la porta, dare in un ruggito di belva e lanciare in faccia al mascalzone il vaso del latte fu un punto solo. Domenico, bianco come un cencio, era rimasto come colpito dal fulmine: ella intanto digrignando i denti e brandendo quel suo pugno bianco ma muscoloso di scudiera, gli andava addosso. Per fortuna Marianna si diede a strillare come un'aquila; il conte intervenne e, informato dell'accaduto, consegnò al cameriere il salario del mese e lo mise, con una solenne pedata, fuori dell'uscio.


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L'innamorata
di Contessa Lara
Giannotta Catania
1901 pagine 167

   





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