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      Così quella sera, egli sedette a tavola, ma con tanto di viso lungo, con le due donne: le quali, del resto, l'una, Amalia, per calcolo, l'altra Leona, per ingenuità, non se ne dettero per intese; e seguitarono a ragionare e a ridere fra loro come se lui neanche ci fosse. Leona domandava notizie delle compagne, a bocca piena, in un gergo volgare, dando rilievo ai particolari più crudi con quel suo riso secco e acuto e quella sua voce arrochita dal vizio.
      - E la Cesira?
      - Ah quella lì, mica bestia! La sa lunga, lei! Tu ti ricordi, eh, quel vecchio macaco che veniva da Genova, ogni settimana, per vederla? Quando lei fiutò che l'uomo era stracco, senti che la ti fa... Scusi, veh, se mi verso ancora un bicchiere di vino; ma l'è bonino sai, parola d'onore - soggiunse, forbendosi la bocca con il dorso della mano.
      - È Borgogna! - disse Leona, ridendo.
      - Borgogna? ci trattiamo bene - fece l'altra, con gli occhi lustri, ammiccando silenziosamente a Paolo, che se ne stava in disparte. E, ripigliando il suo racconto.
      - Dunque sta a sentire - esclamò. - Lei già, tu lo sai meglio di me, brutta come il peccato, ha avuto sempre fortuna. Eh, nascere, cara mia! Basta. Dunque, una sera l'amico viene in casa. Si mettono a tavola, mangiano e bevono come, con rispetto parlando, due porci; poi a letto. Nel meglio, bum! bum! bum! alla porta. Che è, che non è, lei salta a sedere sul letto, si mette le mani nei capelli, e dice: - Mio marito. - Sai, Tonio, quello dei cani ammaestrati: vivono assieme da due anni, e se ne danno, se ne danno.


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L'innamorata
di Contessa Lara
Giannotta Catania
1901 pagine 167

   





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