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      - gridò la ragazza, levando la faccia tra le lacrime.
      - Sarà - disse Paolo con aria incredula.
      - Ah, tu non mi credi! - disse la donna piangendo più forte e torcendosi le mani - e pure tu lo sai - soggiunse, levando in atto di amore e di rimprovero, i begli occhi neri sul suo amante - e pure tu lo sai, lo sai, che non sono stata mai di altri che tua!
      Il suono e il senso di quelle parole, l'accento stesso con cui erano dette, disarmarono Paolo, che rivide nella memoria le prime ore di ebbrezza passate, in quel suo appartamentino di via delle Quattro Fontane, con lei, paurosa e tremante fra le sue braccia. Ogni ira cadde; rialzò la fanciulla, che singhiozzava ancora, se la tirò a sedere sulle ginocchia, la circondò delle braccia e cominciò a baciarla pianamente e a consolarla.
      - Via, andiamo, non fare la bambina! Sì, lo confesso, ho avuto torto di dar retta per un momento ai discorsi di quella sgualdrina; ma anche tu, perché hai voluto che rimanesse a cena con noi? È della gentaglia, quella: meno la si tratta, meglio è.
      - Ma io l'ho fatto per troppo buon cuore! - insisteva Leona.
      - Buon cuore o altro, tu sai che qui, in casa mia, comando io - ripigliò Paolo con fermezza indulgente - e prima di fare qualunque cosa, bisogna interrogare me.
      - Non lo farò più - seguitava a gridare lei, con l'accento di una bambina colta in fallo - quando ti giuro che non lo farò più.
      Intanto Paolo le aveva preso fra le mani la bella testa onde il cappellino era caduto sul tappeto, e le metteva baci sugli occhi, sui capelli, sul collo, sulla bocca, dappertutto.


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L'innamorata
di Contessa Lara
Giannotta Catania
1901 pagine 167

   





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