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      Oltre alle lacrime e alla preghiera, Leona aveva un altro conforto nella solitudine amara della sua vita: le sue canzoni. La sera, quando l'amante le borbottava o sbadigliava accanto, lungo disteso sul divano della stanza da pranzo, ella si acconciava, il meglio che poteva, una vestaglia sciolta di lana intorno al corpo, e un fiore fresco nella folta foresta dei neri capelli; e cominciava ad accennare, sotto le dita lunghe e affusolate, il motivo molle e ardente di una habanera, di una jota o di una seguedilla: d'un tratto le sue gote si accendevano, l'occhio le splendeva, le labbra le fremevano mezzo aperte. E allora, quasi dimenticando i suoi dolori, ella si abbandonava all'onda del canto: e nella evocatrice tristezza della sua melodia le pareva forse di rivedere un basso di Granata nel Zagatin, il quartiere dei poveri: la mamma le pettinava i capelli, mentre fuori dell'uscio, suo fratello, Miguel, seduto sul sedile di pietra, protetto dalla pergola, una gamba a cavalcioni dell'altra, toccava la chitarra. E, subito dopo, le sorgeva nella memoria la riva del Darro, tutta piena di alberi e di ombre, attraverso le quali vedeva rizzarsi le statue degli Apostoli sul convento degli Agostiniani. Oh i giochi, oh le corse, oh i primi sorrisi e i primi rossori sotto quegli alberi, quando le passava daccanto la nota figura di un bel giovane bruno, il berretto sugli occhi, la faccia rasa fuorché i favoriti ad arco, il sigaro in bocca e al fianco la larga fusciacca che nascondeva il coltello!


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L'innamorata
di Contessa Lara
Giannotta Catania
1901 pagine 167

   





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