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      Si sapeva che un giovane duca, appartenente all'aristocrazia nera di Roma, si struggeva da un pezzo per lei, e infatti aveva sollecitato un invito da Leona; ma Nadina aveva posto per condizione alla propria venuta che quel "figliuolo di prete", come lei lo chiamava, non le capitasse davanti: Leona, sorridendo, aveva promesso che il duca non sarebbe stato invitato. Altre donne, in eleganti acconciature, sedevano qua e là per il salone, ridendo, chiacchierando, agitando i ventagli; dei gentiluomini e degli ufficiali, in piedi o seduti vicino alle donne, si inchinavano ogni tanto con sorrisi discreti, stretti nella marsina come in una maglia di acciaio, facendosi vento con il gibus, pronti ad accorrere a un appello che veniva spesso dal lato opposto della stanza, corretti come se si trovassero a Corte.
      Ma bella fra tutte le belle era Leona, la padrona di casa. Portava un abito di raso color bottone d'oro, tempestato sul davanti di perle; a strascico di moerro sopra colore riccamente guarnito di Malines; i fermagli del vestito e la collana che le avvolgeva la gola erano formati di rubini e brillanti grossi come nocciole; in testa, sull'onda tenebrosa della magnifica capigliatura, ella, con un senso di squisita civetteria, non aveva fuorché una rosa naturale, una stupenda rosa thea, dietro l'orecchio. Pareva leggermente ingrassata; il suo aspetto, sempre vivace, non aveva più l'aria fanciullescamente spensierata di un tempo: a volte, ella interrompeva improvvisamente una di quelle sue fresche e rumorose risate, come ricondotta improvvisamente a un pensiero molesto.


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L'innamorata
di Contessa Lara
Giannotta Catania
1901 pagine 167

   





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