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      Col decorrer dei tempi e presso gli imitatori, essa diventa parte necessaria della macchina propria all'epopea: onde le evocazioni delle anime e le peregrinazioni all'Erebo nei poemi di Silio Italico, di Lucano, di Stazio, di Valerio Flacco, di Claudiano12: ma per altri versificatori, già questi erano rumores vacui verbaque inania13, e fiabe appena degne di fanciulletti in fasce14.
      Presso i filosofi, però, tal sorta di racconti appare necessario complemento alla dottrina dell'immortalità dell'anima; come appunto vediamo in Platone, il quale, discorsa la salutare credenza, passa, nell'ultimo libro della Repubblica, a riferire la maravigliosa tradizione di Ero di Armenia. L'anima di questo soldato caduto in battaglia, narravasi esser tornata dopo dieci giorni al suo corpo, e aver detto di esser stata con altre condotta ad un luogo ove si aprono quattro porte: due verso il cielo, verso il Tartaro le altre. Là sedevano giudici, che mandavano a destra i buoni con una scritta sul petto, i malvagi a sinistra colla sentenza sul dorso. Ad Ero fu imposto di tornare al mondo e narrar ciò che avesse visto. Ed egli aveva scorto alcune anime salire all'Olimpo e discenderne, altre sprofondarsi nell'abisso o tornarne su coperte di bruttura: tutte poi fermarsi in quel luogo di comune riunione, raccontando le une con gemito, con riso le altre ciò che durante migliaia di anni avevan sofferto o gioito esse stesse, o di altre veduto. Così Ero aveva potuto conoscere, che ogni misfatto punivasi al decuplo, e la durata di ogni punizione era di un secolo: e al decuplo pure e per un secolo erano le ricompense date ai virtuosi.


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I precursori di Dante
di Alessandro D'Ancona
Arnaldo Forni
1874 pagine 50

   





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