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      Questi, durante uno svenimento, era stato trasportato in luogo fetido ed oscuro, ove il defunto re Carlo il Calvo giaceva nel fango e nella putredine. Già i vermi gli avevano divorato le carni, e non restavangli intatti se non i nervi e le ossa. Dopo aver chiesta a quel vassallo del suo vassallo che, per pietà, gli ponesse a guisa di capezzale una pietra sotto la testa, Carlo soggiungeva: — Va a dire al vescovo Incmaro ch'io sono qui per non aver seguito i suoi consigli: ch'ei preghi per me, ed io sarò liberato. — A Bernoldo pareva di andar al vescovo e recargli l'ambasciata, e poi tornar a Carlo, e vederlo non più scheletro spolpato, ma re vestito del reale ammanto. Flodoardo, cronista del tempo, ci fa sapere che l'arcivescovo fece giungere la sua lettera ove era più necessario che fosse nota; ed infatti, essa conteneva una lezione politica rivolta non tanto al defunto re, quanto invece al suo successore101.
      Di un altro Carlo, il Grosso, parla un'altra visione, riferita dagli storici del IX secolo, come avvenuta al re stesso. Secondo questa narrazione, il re tornando dalle preci mattutine, vede apparirgli dinanzi una forma bianca, la quale gli pone fra mani un filo raggiante, che lo guidi, come il filo di Arianna, attraverso il laberinto infernale102. Carlo scorge puniti i vescovi malvagi che perfidamente consigliarono suo padre: poi i tristi compagni e cortigiani che lo spinsero nella via della perdizione. Indi giunge ad una valle, da una parte della quale è un giardino fiorito, e dall'altra come un forno ardente.


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I precursori di Dante
di Alessandro D'Ancona
Arnaldo Forni
1874 pagine 50

   





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