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      Ma dopo alcuni mesi, che cambiamento! Comincia a nascervi in cuore una piccola antipatia per una cosa insignificantissima; poi ve ne salta su ogni giorno una nuova; e in capo a un mese scappereste da Parigi mandandole il famoso saluto del Montesquieu a Genova;
      Adieu.... séjour détestable;
      Il n’y a pas de plaisir comparableA celui de te quitter.
      È davvero un rivolgimento d’idee stranissimo; ma segue, credo, a quasi tutti. Una bella mattina comincia per rivoltarvi uno scipitissimo calembourg, cento volte rifatto, del giornale che leggete tutti i giorni. La mattina dopo vi urta i nervi il sorriso rassegato della padrona del vostro Hôtel che somiglia a tutti i sorrisi che vi si fanno a Parigi da per tutto dove andate a portar dei denari; o per la strada, osservate che è intollerabilmente brutta l’uniforme dei gendarmi. Poi via via, pigliate in tasca l’impiegatessa cogli occhiali e coi baffi che vi domanda il nome, la patria e la professione per vendervi un biglietto pel Théâtre français; vi fa pizzicare le mani la goffa albagìa dei concierges, l’impertinenza di quei ridicoli camerieri in gonnella bianca, la brutalità dei fiaccherai, e la boria da grand’uomo di tout ce qui est un peu fonctionnaire. E quei dieci mascalzoni pagati, che in tutti i teatri, tutte le sere, vogliono farvi ammirare a suono d’applausi quel dato verso? E quelle eterne romanze, cantate da voci di gallina spennata viva, che vi tocca a ingoiare in tutte le case? Poi vi ristucca quel desinare a bocconcini numerati e classificati, tutta quella esposizione di prezzi, a centesimi, quel non so che di gretto e di pedantesco, da collegio-convitto, mascherato d’un lusso di baracca da fiera; quell’eterno sacrifizio d’ogni cosa all’apparenza, quell’eleganza leccata e pretenziosa, quel puzzo perpetuo di marchand de vin e di cosmetici, quegli spicchi di case, quelle scalette a chiocciola, quelle scatole di botteghe, quelle stie di teatri, quella réclame da saltimbanchi, quella pompa da bazar, la fontanella misera, l’albero tisico, il muro nero, l’asfalto fangoso; e appena fuori del centro, quei sobborghi immensi e uniformi, quegli spazii interminabili che non sono nè città nè campagna, sparsi di casoni solitarii e tristi, e quei giardinetti da asilo infantile, e quei villaggi da palco scenico.


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Ricordi di Parigi
di Edmondo De Amicis
Treves Milano
1879 pagine 192

   





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