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      E finalmente di là dalla pianura d'Almansa, s'apre un'oasi deliziosa, una terra benedetta da Dio, un vero paradiso terrestre, il regno di Valenza; dai confini del quale fino alla città, si trascorre in mezzo ai giardini, ai vigneti, a folte macchie d'aranci, a villette bianche coronate di terrazze, a villaggi allegri dipinti di vivi colori, a gruppi, a filari, a boschetti di palme, di melagrani, di aloè, a canneti di zucchero, a sterminate siepi di fichi d'India, a lunghe catene di collinette e di poggi di forma conica, coltivati a orticelli, a giardinetti, ad aiuoline, scaccheggiati minutamente di cima in fondo e variopinti come grandi mazzi di erbe e di fiori; e per tutto una vegetazione ardente, che colma ogni vuoto, che soverchia ogni altezza, che veste ogni sporgenza, che s'alza, che spenzola, che striscia, che si pigia, s'ammucchia, s'intralcia, vi impedisce la vista, vi chiude la strada, vi abbarbaglia di verde, vi stanca di bellezza, vi confonde coi suoi capricci e le sue follie, e vi fa l'effetto come d'una figliazione improvvisa della terra accesa d'una febbre voluttuosa dal fuoco d'un vulcano segreto.
     
      Il primo edifizio che dà nell'occhio entrando in Valenza, è un immenso Circo di tori, situato a destra della strada ferrata, formato da quattro ordini sovrapposti di archi sorretti da robusti pilastri, tutto di mattoni, arieggiante, alla lontana, il Colosseo. È il Circo dei tori, dove il quattro settembre del 1871[472] il re Amedeo al cospetto di diciassette mila persone strinse la mano al celebre torero soprannominato il Tato, monco d'una gamba, che, essendo direttore dello spettacolo, aveva chiesto il permesso d'andargli a presentare i suoi omaggi nel palco.


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Spagna
di Edmondo De Amicis
Barbera Firenze
1873 pagine 422

   





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