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      Larghe suonano le parole; per gli effetti, io ne dubito. Perchè l'Italia nulla ha potuto finora contro la potestà temporale di Roma? Questa sola dimanda altre molte ne include e tutte gravissime, che meriterebbero una profonda attenzione. Le sorti dei popoli sono scritte nella loro coscienza, e la nostra fu appena sfiorata. Abbenchè non sia certo d'essere grato a' miei concittadini, scongiurandoli a meditare sul religioso problema, che per noi si confonde a quello politico, io non intendo meno compiere all'obligo mio dalla corteccia politica richiamandoli sempre all'interna sostanza, al midollo, ai motivi che ci fanno tremare sulle prossime sorti del nostro emancipamento. Noi abbiamo finora scosse ed in parte infrante le catene delle mani e de' piedi. Ma siamo per questo liberi noi? Siamo sì poco liberi che disdegniamo, se non ignoriamo, le condizioni della nostra libertà. Le catene che stringono tra le loro invisibili anella le forze dell'anima, l'anima stessa, vera fonte di tutto, durano intatte. E sono pur esse le adamantine, le possenti catene che per servile consuetudine portiamo non avvertite in tutte le cose spirituali; inceppano, non che individui, generazioni e popoli, estinguono ogni volontà iniziatrice, spogliano l'anima d'ogni morale fierezza, traggono insensibilmente entro abissi che non han fondo e innamorano delle sterili voluttà della morte, onde si muore e non si sa di morire.
      Quando a sveglia non valgano i nudi e severi ragionamenti, talfiata sussidiano le patite sperienze.


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L'inquisizione e i calabro-valdesi
di Filippo De Boni
Daelli Milano
1864 pagine 117

   





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