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      Erano sepolture notturne, le quali, esagerate di bocca in bocca, riempivano nel mattino la città di nuovi spaventi.
      Anche a me giungeva un vocío del colera; in casa e fuori casa non si parlava che di questo. Ma l'impressione su di me era piccola. Uso alla vita interiore, il mondo mi passava innanzi come una fantasmagoria; non avrei saputo ridire cosa mangiavo, come vestivo e come vestivano gli altri. Anche oggi dei miei piú cari amici ricordo le fisionomie, non il vestito. Quelle varie voci del morbo si arrestavano come un ronzío importuno nel mio orecchio, non turbavano la mia serenità; anzi io avevo una certa inclinazione a esagerarle ancora piú, a metterci i miei colori e i miei ricami, a provocare lo spavento sulle facce, stentando molto a frenare il riso. Vedevo le cose non quali erano, ma quali volevo che fossero secondo la disposizione della mia mente; quei mali già cosí gravi erano inadeguati alla mia immaginazione letteraria, e andavo trattando e tormentando i fatterelli che mi erano raccontati, come fossero pagine di romanzo. Presto divenni insopportabile agli amici; il mio coraggio e la mia indifferenza già parevano loro un rimprovero; ma ciò che addirittura li metteva fuori di sé, era quella mia aria motteggiatrice, quei riso che mi appariva sulle labbra, innanzi ai moti improvvisi che certe notizie producevano sulle loro facce contraffatte dalla paura. Sentivo talora che facevo male, e sforzavo il viso a serietà; pur ci riuscivo poco. La mia condotta non veniva da malignità o durezza di cuore; ma da incosciente, allegra natura, che mi faceva sorvolare sui mali della vita.


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La Giovinezza
Frammento autobiografico
di Francesco De Sanctis
pagine 249