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      L'Autore ve lo descrive a questo modo:
     
      ... stava... sur una vecchia seggiola, ravvolto in una vecchia zimarra, imbacuccato in un vecchio berretto a foggia di camauro che gli faceva cornice intorno alla faccia, al lume scarso d'una picciola lucerna. Due folte ciocche che gli scappavano fuor del berretto, due folti sopraccigli, due folti mustacchi, un folto pizzo pel lungo del mento, tutti canuti e sparsi su quella faccia brunazza e rugosa, potevano assomigliarsi a cespugli nevicosi, sporgenti da un dirupo, al chiarore della luna.
     
      Avete già in queste parole la caricatura di lui, che vorrebbe star sempre come sta; e danno risalto alla figura e ne specificano il carattere quelle due «ciocche» quei «folti mustacchi», quel «folto pizzo», bianchi allo scarso lume della lucerna, che il poeta vi paragona ai cespugli coperti di neve imbiancati al chiarore della luna. Fin qui abbiamo il tipo. Il poltrone deve muoversi se vuole essere un individuo. Qui, per spiegarsi e intendersi una volta per sempre, dirò che in natura non vi sono né tipi, né idee, né specie ideali: non vi sono che individui, e il tipo non è che in questi, dacché non vi è individuo che rassomigli un altro. È una forza prevalente che con un'altra entra in combinazione e produce un'azione. Tutti possono abbozzare il tipo, ma la forza del poeta è nell'individuo, nella combinazione. Don Abbondio, che passeggia leggendo, ad un tratto vede due uomini sospetti; guarda meglio, son bravi; riguarda ancora, aspettano lui. Ecco una combinazione che agisce su lui e lo mette in una data disposizione di animo.


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La letteratura italiana nel secolo XIX
(Volume Primo) Alessandro Manzoni
di Francesco De Sanctis
pagine 420

   





Autore Don Abbondio