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      (14) Aggiungerò anche per sapienza civile ed economica, se, facendo astrazione dal resto degli imenotteri, mi restringo unicamente alle api e alle formiche. Per quanto paradossa possa a prima vista parere questa sentenza, essa perciò non è men vera. Quella terribile legge della concorrenza vitale che Maltus additò come la piaga insanabile dell’umanità, e che Carlo Darwin con tanta forza di verità e di pennello addimostrò estendere l’impero sopra tutti gli esseri organici, è una legge impotente ed elusa dinanzi alle legioni delle api operose e delle industri formiche. Queste riuscirono a sciogliere il problema che l’uomo non sciolse e non sciorrà giammai, quello cioè di rendere proporzionale la popolazione ai mezzi di sussistenza, senza dolore o sacrificio di taluno dei soci. Maltus predicava ai non ricchi e con santa ragione: non vi ammogliate. Avrebbe potuto predicare anche l’evirazione. Se questa è una mostruosità, l’uomo celibe, privo delle affezioni di famiglia, è una sciagura ambulante, è un essere che trascina una miserabile esistenza. Laddove le api, secondo le belle e recenti osservazioni di Dzierzon, Siebold ed altri, possono a volontà produrre o maschi o femmine, e queste ultime possono pure a volontà educarle a fertili regine o a infeconde operaie. Eludono così la legge della concorrenza vitale non già col mezzo di un tirannico costringimento morale, come voleva Maltus, tanto meno con offese analoghe alla evirazione, ma col solo pascerle nello stato larvale con una differente qualità e quantità di cibi; locché nelle larve predestinate ad operaie, oltre al produrre certe atrofie di organi, sviluppa l’istinto del lavoro a spese dell’istinto procreatore.


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Memorie di biologia vegetale
di Federico Delfino
pagine 607

   





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