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      So di non esagerare, inconsapevolmente e involontariamente, la insufficienza dei miei mezzi o le difficoltà della mia vita. So che se allora mi veniva dato dal signor Quinion uno scellino, io lo spendevo in un desinare o in un tè. So che lavoravo da mattina a sera, malvestito, tra gente volgare. So che erravo per le vie, male e insufficientemente nutrito. So che, senza la misericordia divina, sarei potuto diventare, in tale abbandono, un piccolo vagabondo o un ladruncolo.
      Pure da Murdstone e Grinby cercavo di mantenermi in un certo grado di dignità. Il signor Quinion faceva ciò che poteva fare una persona, come lui, indifferente e molto occupata, verso quel ragazzo in balia di sé stesso, per trattarmi come uno di diversa condizione dagli altri; ma, d’altra parte, io non dicevo mai a nessuno lì dentro come mi ci trovassi, e non accennavo minimamente d’esser dolente di trovarmici. Che in segreto soffrissi, e in maniera atroce, nessuno sapeva. Quanto io soffrissi, l’ho già detto, non m’è possibile descriverlo. Ma tacevo e lavoravo. Avevo compreso fin dal principio, che se non fossi riuscito a far il mio lavoro come gli altri, non sarei sfuggito ai motteggi e al dispregio degli altri. Presto divenni rapido e abile almeno quanto il più rapido e abile di tutti gli altri ragazzi. Benché in perfetta familiarità con loro, la mia condotta e i miei modi erano tali da lasciare una certa distanza fra noi. Essi e gli operai lì dentro parlavano di me come del «piccolo signorino» o del «ragazzo del Suffolk». Certo Gregory, il capo degl’imballatori, e un certo Tipp, che faceva il vetturale e portava una giacca rossa, solevano a volte chiamarmi «Davide»; ma per lo più, ricordo, nei momenti confidenziali, quando m’ero sforzato di divertirli, durante il lavoro, con qualche strascico delle mie vecchie letture, le quali stavano quasi uscendomi di mente.


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David Copperfield
di Charles Dickens
pagine 1261

   





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