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      Non so che via si seguisse per vendere i mobili e tirare innanzi la famiglia, o chi li vendesse; certo, non fui io. Venduti, però, furono, e portati via in un furgone, meno il letto, poche sedie, e la tavola di cucina. Con questi arredi ci accampammo, per così dire, in due camere della casa nuda di Windsor Terrace; la signora Micawber, i figli, l’orfana e io; e in quelle stavamo la notte e il giorno. Non ho un’idea esatta del termine, ma mi sembra per molto tempo. Finalmente la signora Micawber si risolse di trasferirsi nella prigione, dove il signor Micawber aveva potuto avere una camera per sé solo. Così portai la chiave dell’appartamento al padrone di casa, che fu felice di rivederla; e i letti furono mandati nella prigione di King’s Bench, tranne il mio, per il quale fu presa a pigione una stanzina fuori le mura, ma in vicinanza di quell’istituto, con gran mia soddisfazione, giacché fra i Micawber e me c’era già troppa consuetudine e troppi vincoli d’infelicità per poterci separare senza rimpianto. Per l’orfana fu parimenti provveduto con poca spesa nello stesso vicinato. La mia cameretta era una specie di soffitta col tetto in pendio, donde si godeva la vista d’un gran cantiere di legname. Quando ne presi possesso, pensando che le difficoltà del signor Micawber erano giunte finalmente alla crisi, mi parve assolutamente un piccolo Eden.
      Lavoravo nel magazzino di Murdstone e Grinby sempre allo stesso modo, con gli stessi compagni e con lo stesso senso d’immeritata abiezione provato fin dall’inizio.


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David Copperfield
di Charles Dickens
pagine 1261

   





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