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      Ma i miei occhi, molto più sciolti della lingua, si mossero a fissar mia zia spessissimo durante la colazione. E non potei mai guardarla per pochi istanti di seguito che non la sorprendessi con gli occhi fissi su di me – in atteggiamento pensoso e strano, come se fosse immensamente lontana, e non al lato opposto della tavola circolare. Quand’ebbe finito di far colazione, mia zia si appoggiò risoluta alla spalliera della seggiola, aggrottò le sopracciglia, incrociò le braccia, e mi contemplò a suo agio con tale fermezza e intensità, che me ne stetti lì sopraffatto dalla confusione, come da un pesante fardello. D’altra parte, non avendo io ancora finito di far colazione, tentai, mostrando di attendervi con maggiore alacrità, di nascondere l’impaccio in cui mi trovavo; ma il coltello incespicò sulla forchetta, la forchetta mi saltò sul coltello, e feci schizzare il prosciutto in aria, a considerevole altezza, invece di tagliarlo nel piatto a mio beneficio; e ci corse un pelo che non mi strozzassi col tè, che s’ostinava ad andarmi giù di traverso, finché non vi rinunziai scoraggiato, e rimasi immobile, rosso come un papavero, sotto l’occhio scrutatore di mia zia.
      – Oilà! – disse mia zia, dopo un lungo silenzio.
      Guardai in su, e sostenni con rispetto la sua occhiata acuta e lucente.
      – Gli ho scritto – disse mia zia.
      – A... chi?
      – Al tuo padrigno – disse mia zia. – Gli ho mandato una lettera che lo farà riflettere. Stia pur sicuro, l’avrà da far con me.
      – E sa dove sono, zia? – domandai sgomento.


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David Copperfield
di Charles Dickens
pagine 1261