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      Finalmente ci fermammo innanzi a una casa molto antica, che si sporgeva tutta sulla strada: un edificio dalle finestre lunghe e basse che si sporgevano ancora più innanzi e con travi sotto il tetto, con delle teste intagliate all’estremità, le quali si sporgevano anch’esse: mi parve che tutta la casa si chinasse innanzi, tentando di vedere i passanti sull’angusta via lastricata. Era una casa vecchia, ma linda e immacolata: il martello d’ottone alla vecchia foggia, sulla porta bassa ad arco, ornata di ghirlande di frutti e fiori scolpiti, splendeva come una stella; i due gradini di pietra che conducevano alla soglia erano così bianchi che sembravano coperti d’una candida tela; e tutti gli angoli e i cantucci, e gl’intagli e le sculture, e le bizzarre piccole lastre di vetro, e le bizzarre finestrine, benché vecchi come le colline, erano puri come la più pura neve caduta mai sulle colline.
      Quando la vetturetta si fermò alla porta, e i miei occhi si misero ad osservar la casa, vidi a un finestrino del pianterreno (in una torretta rotonda su un lato dell’edificio) apparire un viso cadaverico, e rapidamente sparire. Poi la bassa porta ad arco s’aprì, e il viso uscì fuori. Era cadaverico, com’era apparso al finestrino, benché nel colorito vi fosse quella sfumatura di rosso che a volte si osserva nella pelle delle persone dai capelli rossi. Apparteneva a un giovane dai capelli rossi – d’una quindicina d’anni, come seppi poi, ma all’apparenza maggiore – falciati quasi rasente alla pelle; un giovane che quasi non aveva sopracciglia e non ombra di ciglia, con occhi di un rosso fulvo, così nudi e scoperti, che mi domandai, ricordo, come facesse ad addormentarsi.


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David Copperfield
di Charles Dickens
pagine 1261