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      Sul tavolino accanto alla finestra del mio appartamentino di Buckingham Street, noi mettemmo il lavoro procacciatogli da Traddles – si dovevano fare non so più quante copie d’un documento legale di certo diritto di passaggio – e su un altro tavolino spiegammo l’ultimo manoscritto incompleto del grande memoriale. Le istruzioni date al signor Dick furono le seguenti: che egli doveva copiare esattamente ciò che aveva davanti, senza dipartirsi minimamente dall’originale; e che, quando gli fosse parso necessario alludere in qualche modo al Re Carlo I, avrebbe dovuto servirsi del memoriale. Esortandolo caldamente a mostrare in questo un’esemplare fermezza, lasciammo mia zia a sorvegliarlo. Mia zia ci narrò, dopo, che egli, in principio, come un sonatore di due tamburi, aveva diviso la sua attenzione fra i due strumenti; ma che, dopo, confuso e affaticato, e col manoscritto da copiare direttamente sotto gli occhi, s’era messo a riprodurlo semplicemente e ordinatamente, rimandando il memoriale a tempo più propizio. In una parola, benché cercassimo di non farlo affaticar molto, e benché non avesse cominciato all’inizio della settimana, il sabato sera aveva guadagnato più di nove scellini; e non dimenticherò mai, fin che campo, il suo giro per tutte le botteghe del vicinato per farsi cambiare tutto il suo tesoro in monete spicciole, le quali, disposte su un vassoio in forma di cuore, furono presentate a mia zia, con lagrime di gioia e di orgoglio. Dal momento che fu utilmente occupato, egli apparve come sotto il benefico influsso d’un incanto: e se vi fu al mondo un essere felice quel sabato sera, esso fu la creatura riconoscente che giudicava mia zia la donna più meravigliosa della creazione, e me il più meraviglioso fra i giovani viventi.


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David Copperfield
di Charles Dickens
pagine 1261

   





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