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      Non v’era nessuno nello strano e antico salotto, benché vi fossero indizi del passaggio della signora Heep. Feci capolino nella stanza che apparteneva ancora ad Agnese, e la vidi occupata a scrivere a un grazioso antico tavolinetto, accanto al focolare.
      L’ombra proiettata sull’ingresso le fece levar la testa. Che piacere vederle il viso intento illuminarsi a un tratto al mio apparire, di uno sguardo di dolce benvenuto!
      – Ah, Agnese! – dissi, quando fummo seduti l’uno accanto all’altra. – Recentemente m’è sembrata così dura la vostra mancanza.
      – Davvero? – ella rispose. – Di nuovo! E così presto!
      Io scossi la testa.
      – Non so come mi avvenga, Agnese. Mi sembra di mancare d’una facoltà mentale che mi sarebbe necessaria. Mi avete tanto abituato a pensare voi per me, nel felice tempo d’una volta, e a ricorrere così naturalmente a voi quando mi occorreva un consiglio e un aiuto, che veramente credo di non aver avuto il modo di formarmi l’abitudine di pensar da me.
      – Che c’è dunque? – disse Agnese allegramente.
      – Non so che dirvi – risposi. – Io credo d’esser serio e tenace.
      – Lo credo anch’io – disse Agnese.
      – E paziente, Agnese?... – chiesi, con un po’ d’esitazione.
      – Sì – rispose Agnese, con un sorriso. – Piuttosto.
      E pure – dissi – a volte sono così infelice e così triste, e così malfermo e irresoluto nel prendere una decisione, che evidentemente mi manca... che debbo dire?... un sostegno, forse.
      – Forse, se dite così – disse Agnese.
      – Bene – risposi – vedete. Voi venite a Londra, io m’affido a voi, e a un tratto trovo uno scopo e una mèta.


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David Copperfield
di Charles Dickens
pagine 1261

   





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