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      Il signor Micawber, il cui impero io avevo frenato fino allora con la massima difficoltà, e che s’era ripetutamente interrotto alla prima sillaba di fur-fante, senza arrivare alla seconda, infine non resse più, si trasse la riga dal petto (probabilmente con l’intenzione di servirsene come arma di difesa) e cavò di tasca un documento piegato in forma d’una grossa lettera. Aprì il foglio con un gesto drammatico, e guardandone il contenuto, come per ammirarne in anticipazione lo stile, cominciò a leggere come segue:
     
      «Cara signora Trotwood e signori...
      – Che Dio lo benedica! – esclamò mia zia sottovoce. – Se dovesse chiedere la grazia della vita, scriverebbe una risma di lettere.
      Il signor Micawber, che non l’aveva sentita, continuò:
      «Nell’apparire innanzi a voi per denunciare il briccone più consumato che probabilmente sia mai esistito – il signor Micawber, senza distogliere gli occhi dalla lettera, brandì la riga come il bastone di comando, verso Uriah Heep – non domando per me alcuna considerazione. Vittima, fin dalla culla, di obbligazioni pecuniarie alle quali non fui mai in grado di fare onore, sono stato sempre lo zimbello e il trastullo di vergognose circostanze. L’ignominia, il bisogno, la disperazione e la follia sono stati sempre, collettivamente o separatamente, miei compagni.
      La delizia con cui il signor Micawber si descriveva preda di quelle orrende calamità non era eguagliata che dall’enfasi con cui leggeva la lettera, e dalla specie di omaggio che le rendeva, con un giro del capo, tutte le volte che s’imbatteva in una frase sufficientemente energica.


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David Copperfield
di Charles Dickens
pagine 1261

   





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