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      Sègue. Passa l'epistolario di Ugo, insigne romanzo perchè non scritto a disegno, perchè di tale che fieramente sentiva; passa il cigli-aggrottato e taciturno Alfieri, stoffa di Dante; e l'amoroso professor di diritto, cui certo qual rugginume dà più spicco e malìa che non a Petrarca l'addormentatrice scorrevolezza; passa "I Promessi" cìrcolo chiuso, adoràbile misto d'ingenuità e malizia, lo stile appunto che Beccaria invocava e di nuovo si arresta.
      Chi intoppa è il Boccaccio. Alberto delicatamente il rimove, lo lascia cadere vèr terra. Poi, tira innanzi; e dècima.
      Finita la strage, ridispone i supèrstiti.
      Stavolta, Aleardi riesce accosto a Carducci; uno, poeta dai contorni nebbiosi, dal tristo abbandono, che stringe alle làgrime; l'altro, risoluto nell'andatura, dai versi di acciajo, che infiamma tutti e due, strènui. Così, Rovani, artista-scienziato, si appressa a Gorini, scienziato-artista; Rovani, dall'ingegno settèmplice, rossiniano, che, dopo di averci, con uno stile vastamente umorìstico, narrato cento degli ùltimi anni della vita del mondo torna a crearsi e con un periodare togato, dissolvendo la Roma convenzionale delle platee e dei panchi che spiega capponi non àquile, soffia potente vita in una Roma vera, messa già insieme dall'antiquaria pazienza, completa forse, ma rimasta cadàvere; Gorini, altìssimo genio, che sa forzar la materia a narrare le antiche vicende e a predir le venture, e che nel sublime racconto ritrova i fili d'insospettate scoperte, nè, pago di èsser profeta di splèndidi veri, splendidamente nuovo Galileo li annuncia.


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Vita di Alberto Pisani
di Carlo Dossi
pagine 177

   





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