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      ... Lèggila dunque e la porse al ragazzo.
      E il ragazzo si alzò. Con la rubiconda vergogna nel viso, lesse.
      Un successone!... Perfino l'ingegnere Gabuzzi, tànghero il quale portava ogni festa la bocca in casa Pisani, cioè v'appariva insieme alle cìnque, mangiava a coscie di dindo, non pausando che il tempo necessario per bere, poi, preso il caffè, dileguava non salutando nessuno, esclamò "bravo!" È vero ch'egli tiràvasi giù, proprio allora, un fettone del saporito inviluppo. Quanto alla nonna, pensate! Durante il dire di Alberto, seguì con un sorriso mostoso e ninnolando la testa, la tiritèra dei versi; poi, uno s'ciàssero bacio al nipote e un triplo buon-dì incartato; al domani, la ode, di sotto il vetro e in cornice, al capezzale di lei.
      Dùnque, la vocazione di Alberto s'era spiegata. Ne venne, Dio scampi noi! un diluvio di versi, versi di ogni quantità e qualità. Chè, se, infiammato da Ariosto, incominciò a rompicollo un poema zeppo di paladini dalla fatata e sguizzasole armatura, e dame tra le ritorte, e incantamenti, e cavallieri
     
      con armi e aspetto, che dicea mistero
     
      i quali comparìvano all'improvviso sul finire del Canto, ed inventari di sculti marmi od arazzi eterni, e profezie per l'anno nuovo, e singolari tenzoni, e combattenti che andati in paniccia con un po' d'unguento bocchino èrano ai primi amori; còlto dall'ombra d'Alfieri, il nostro amico abbandonò a mezza strada (canto quarantesimonono) il suo "Don Galavrone di Papironda" per ingolfarsi in una di quelle tragedie che fanno accapponare la pelle, greca, a stàbile scena, atti cìnque, e personaggi quattro in artìculo mortis.


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Vita di Alberto Pisani
di Carlo Dossi
pagine 177

   





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