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      Garibaldi ubbidì alla chiamata; gli si fece presente quali pericoli sarebbero derivati alla patria se egli si fosse spinto nelle Marche che non davano segno di sommossa e si cercò di strappargli la promessa che sul momento avrebbe rinunziato all'impresa.
      Garibaldi nulla volle promettere, perchè aveva la certezza che le popolazioni marchigiane qualche cosa avrebbero fatto per giustificare il suo intervento.
      Allora si fece di nuovo ricorso al Re Vittorio Emanuele, ed il 14 novembre Garibaldi era di nuovo chiamato a Torino.
      Il 17 mattino il generale si abboccava col Re, e la sera stessa i giornali davano la notizia che Garibaldi aveva rassegnato le sue dimissioni. Infatti due giorni dopo egli ne dava l'annunzio agli italiani col suo celebre manifesto da Genova, portante la data del 19 novembre 1859.
      Eccolo:
     
      Agli Italiani:
     
      Trovando, con arti subdole e continue, vincolata quella libertà d'azione che è inerente al mio grado nell'Armata dell'Italia Centrale, onde io usai sempre a conseguire lo scopo, cui mira ogni buon italiano, mi allontano per ora dal militare servizio. Il giorno in cui Vittorio Emanuele chiami un'altra volta i suoi guerrieri alla pugna per la redenzione della Patria, io ritroverò un'arma qualunque ed un posto avanti ai miei prodi commilitoni.
      La miserabile volpina politica, che turba il maestoso andamento delle cose italiane, deve persuaderci più che mai, che noi dobbiamo serrarci intorno al prode e leale soldato dell'Indipendenza Nazionale, incapace di retrocedere dal sublime e generoso suo proposito; e più che mai preparare oro e ferro per accogliere chiunque tenti tuffarci nelle antiche sciagure.


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Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900
di Augusto Elia
Tipogr. del Genio Civile
1904 pagine 508

   





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