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      A lui, caduto con la sua città, fu risparmiato il supremo dolore di vedere lo scempio fatto della cara patria dai barbari e crudeli vincitori: tutto fu o predato o dato alle fiamme, e per riferire la frase caratteristica d'uno storico, gli stessi Dei coi loro simulacri furono tratti in schiavitù, quella meravigliosa sfera portata a Roma come bottino di guerra; e se si deve prestar fede ad uno scrittore arabo, ben quattordici carichi di manoscritti di Archimede sarebbero stati distrutti.
      Come la coltura etrusca era perita dopo la conquista romana, così nel duro servaggio si spense in Sicilia ogni traccia dell'antica civiltà ellenica, e poco più d'un secolo dopo la morte di Archimede, i Siracusani, ahimè quanto degeneri da quei loro antenati che nella rotta degli Ateniesi volevano salva la vita ai fuggiaschi che sapessero recitare i versi di Euripide, ignoravano perfino dove ne fosse la tomba, e forse appena appena ricordavano il nome del sommo loro concittadino.
      Cicerone racconta infatti nelle Tusculane che al tempo in cui era questore in Sicilia, la curiosità lo spinse a cercare la tomba di Archimede, e la scovò sotto gli sterpi ed i pruni da cui era quasi interamente nascosta, e malgrado l'ignoranza dei Siracusani i quali sostenevano contro di lui che la ricerca sarebbe stata vana, non esistendo presso loro tal monumento. Egli ricordava tuttavia a memoria alcuni senarii che gli era stato detto doversi trovare incisi sulla tomba, e ne' quali era menzione di una figura sferica e d'un cilindro che vi erano rappresentati, e trovandosi un giorno fuor della porta di Siracusa verso Agrigento e volgendo con cura lo sguardo da ogni parte, vide tra un gran numero di tombe una colonna che sopravvanzava dai rovi che la circondavano e vi notò la figura appunto d'una sfera e d'un cilindro: rivoltosi allora ai maggiorenti della città che erano con lui, disse loro che credeva di vedere la tomba di Archimede, e fatto sgombrare il sito con le falci e aperto il passaggio, riconobbe subito la inscrizione, sebbene metà delle linee fosse stata dal tempo corrosa.


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Archimede
di Antonio Favaro
Formiggini Editore Roma
1923 pagine 63

   





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