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      Costretta a separare la poesia dal vero, la metafisica ha tentato di dominarla, considerandola come una imitazione della natura: si crede che senza essere didattica, senza proporsi lo scopo d'istruirci, si proponga quello di darci l'immagine delle cose. Ma qui ancora l'essenza della poesia ci sfugge. Il poeta non è semplice imitatore, è creatore; anche quando imita, sceglie l'oggetto della sua imitazione, lo appura coll'ispirazione del bello, lo scioglie dagli accidenti che lo deturpano; il pittore non è tale se non alla condizione di dare l'impronta della bellezza al ritratto più fedele. La poesia oltrepassa dunque la imitazione, si sviluppa disprezzandola, falsifica la storia sostituendole la leggenda; l'epopea, invece di imitare la natura, la crea una seconda volta, dando mille volte l'esistenza all'impossibile. Se l'imitazione spiegasse la poesia, il più misero ritratto sarebbe superiore alla più splendida tela, il più misero grappolo d'uva dovrebbe preferirsi all'uva di Zeusi. D'altronde, perchè imitare ciò che esiste? Meglio sarebbe, dice Hegel, fabbricare il chiodo e il martello, che perdere il tempo a dare un'utile e vuota ripetizione dei fatti. Da ultimo, come tradurre nel principio dell'imitazione l'architettura, l'eloquenza, la musica, tutte le arti?
      Una terza teoria spiega la poesia, supponendo in lei lo scopo di render migliori i costumi, di appurare le passioni, di perfezionare l'uomo. La nuova equazione dell'arte colla morale non regge; la poesia non è un insegnamento morale, come non è un insegnamento positivo.


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Filosofia della rivoluzione
di Giuseppe Ferrari
1851 pagine 693

   





Zeusi Hegel