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      Per sè il ridicolo risiede nella violazione del rapporto tra l'io e le cose, tra la vita e gli oggetti: non risiede altrove, non fuori di noi; non nelle cose, le quali veramente o per traslato (qui poco ci cale) si dicono belle e deformi. Il ridicolo divien poetico quando la mente seria e disdegnosa lo colpisce dall'alto di una regione inviolata e sicura; nè mai il serio fu più profondo che presso Voltaire e Goethe, che deridevano l'uno il cattolicismo, l'altro l'umanità. In questo senso Descartes aveva il diritto di affermare che il ridicolo suppone la superiorità di chi ride.
     
     
     
      Capitolo XV
     
      L'ALIENAZIONE MENTALE
     
      Hannovi alcuni uomini profondamente ridicoli, benchè infelici: sono i dementi. Come il ridicolo, la demenza sta nella discordia tra la rivelazione della vita e la rivelazione degli esseri. Se il ritmo della vita si falsa, se il sistema degli istinti si turba, se le cose insignificanti acquistano per noi un valore smisurato, se trascuriamo le cose che più ci interessano, in breve, se il sistema della vita si sviluppa fuori della realtà, la follìa si dichiara, la mente è perduta.
      Essendo la follìa la malattia della vita, non può venire giudicata se non dall'intuizione vitale. Tolta l'intuizione vitale, scorgiamo le circostanze esterne, il fatto materiale o meccanico della follìa, non la stessa follìa; in quel modo che, spogliati di ogni istinto poetico, noi vedremo nell'Iliade il numero dei canti, dei versi, il racconto, il vero, il falso, non mai la poesia di Omero. La scienza medica tende a fermare l'attenzione sui fatti: quindi ha osservato l'alienazione mentale nell'organismo infermo, nell'errore della mente alterata, nel vizio della volontà, che sono le tre uscite esterne e meccaniche della follìa. Di là tre teorie, l'uno fisica, l'altra intellettuale, la terza morale.


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Filosofia della rivoluzione
di Giuseppe Ferrari
1851 pagine 693

   





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