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      Non basta: conviene coltivare la terra, si concede la terra ad una casta degradata, alla casta degradata si concedono le proprietà, la famiglia, tutto, eccettuate le armi, riservate ai savi: chè se la chiesa di Platone tollera il mondo, non si fida del vero, e vuole i filosofi armati in un colle loro metà metafisiche, perchè gli uomini su cui regnano non li riducano in ischiavitù; Platone pensa che la sua città del vero e del bene sia la fortissima tra le città? Pensa che possa resistere alle seduzioni di Atene o di Tiro? No, la vuoi lungi, ben lungi dalla ricchezza, dal mare, dalla Grecia; ancora è dessa limitata ad un piccol numero di cittadini filosofi o di filosofi solitari; una volta fondata, Platone è certo che non resiste a sè stessa; la vede trascinata prima dalla virtù all'ipocrisia di Sparta, poi alla follìa democratica d'Atene, poi all'anarchia, da ultimo alla tirannia. Qual'è adunque la forza del vero? Platone rifugge dal volgo, non si mescola agli affari, disdegna la Grecia, arma i suoi filosofi; anche armati, li vuole illusi dalle favole, lontani dagli uomini; e nel seno stesso della repubblica ideale, il vero rimane impotente. Così l'uomo cadeva vittima della metafisica, che lo faceva retrocedere all'egoismo solitario di Democrito, all'impostura regnante di Pitagora; l'egoismo e l'impostura non ricevevano altro perfezionamento che quello della morte, sola eredità de' successori di Socrate.
      Quanto dicesi di Platone, si applica a tutti i filosofi. Così Aristotele è rivelatore, ma la scienza rifugge dal rinnovare il combattimento di Socrate contro le divinità della Grecia, rifugge dalla piazza d'Atene, è al servizio di un conquistatore.


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Filosofia della rivoluzione
di Giuseppe Ferrari
1851 pagine 693

   





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