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      Qui si tratta della rivoluzione del povero; ma dev'essere «rivoluzione dolce, pacifica, che si compia senza spaventare la proprietà, senza offendere la giustizia.» Conveniva adunque compiere la rivoluzione del povero, e rispettare l'antico riparto della proprietà. Robespierre lo rispetta, non tocca alla divisione delle terre, nè il diritto di eredità; propone l'imposta progressiva, fa adottare la legge sulle sussistenze; sono leggi utilissime, ma esterne, non organiche. Propone l'educazione nazionale di tutti i figli della patria a spese pubbliche; non proclama un diritto immediato, urgente, che diriga un'azione politica, nella quale il povero si trovi sciolto dalle catene dell'antico riparto. L'eguaglianza svaniva in parole, in vuote predicazioni; l'ineguaglianza delle fortune sacrificava il povero al ricco, l'eredità perpetuava la classe degli oziosi, la libertà del plebeo rimaneva oppressa dal ricco, mentre la sua ragione rimaneva alienata in Dio.
      Da ultimo, il doppio equivoco religioso ed economico si riproduceva nel governo. Robespierre trovavasi alle prese con una sedizione invisibile, sempre rinascente, universale, essa lo assaliva negli eserciti, nelle città, nelle campagne, nel seno stesso della Convenzione: la causa secondaria della sedizione era nell' antico regime, la causa prime era nell'eredità: non erano solo i nobili, i preti e i faccendieri che cospirassero, erano le fortune fondate nell'antico regime. Robespierre è sublime quando denunzia i nemici della patria, mai la morale non ispirò più poderoso pensiero, il delitto impallidiva, la regia cospirazione sentivasi fulminata e avvilita.


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Filosofia della rivoluzione
di Giuseppe Ferrari
1851 pagine 693

   





Dio Convenzione