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      Dicevano chiaro: "Vieni, siamo soli".
      Malgrado la sua vanità egli era imbarazzato. Non aveva tentato fino a quel giorno che sartine, modiste e cameriere, limitandosi con le dame e con le damigelle a colloqui fraterni. Il cuore non gli diceva nulla e la mente ben poco.
      Andò a mettersi a fianco di Marina, appoggiò le braccia sulla balaustrata e scosse dal naso l'occhialino.
      Cara cugina.
      diss'egli.
      Le lenti cadendo sul marmo andarono in pezzi. Nepo ne sciolse le reliquie dal cordoncino, le esaminò e le lasciò cadere sul macigno sottoposto sospirando:
      Erano di Fries.
      Recitata questa concisa orazione funebre, ripigliò:
      Cara cuginaDietro a lui uscivano sulla loggia le voci della contessa Fosca, del conte Cesare, degli altri, mescolate alla rinfusa in un guazzabuglio scordato.
      Caro cuginorispose Marina, guardando fuori del piccolo golfo il lago aperto dove i primi fiati della brezza meridiana chiazzavano qua e là di rughe plumbee le immagini dei nuvoloni bianchi e del sereno. V'ebbe un momento di silenzio. Bolliva sempre là in sala il guazzabuglio delle voci scordate.
      Quali deliziose giornate non ho passato qui con Voi, cara cugina!
      Davvero?
      Perché, perché non potrebbe esser sempre così?
      Egli aveva trovato il motivo e continuò a voce bassa, con accento enfatico, come se recitasse la perorazione di un discorso parlamentare.
      Perché queste deliziose giornate non possono essere il preludio di una vita deliziosa a cui tutto c'invita, le nostre tradizioni di famiglia, la nostra nascita, la nostra educazione, la nostra simpatia?


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Malombra
di Antonio Fogazzaro
pagine 519

   





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