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      3. Il gran passo
     
      Quella stessa sera, alle dieci in punto. l'ingegnere Ribera batteva due colpi discreti alla porta del signor Giacomo Puttini in Albogasio Superiore. Poco dopo si apriva una finestra sopra il suo capo e vi compariva al chiaro di luna il vecchio visetto imberbe del "sior Zacomo
     
      Ingegnere pregiatissimo, mia riverenza
      , disse egli. "Vien subito la servente a verzeghe."
      Non occorre
      , rispose l'altro. "Non salgo. È ora di partire. Venga giù Lei addirittura."
      Il signor Giacomo cominciò a soffiare e battere le palpebre.
      La mi perdoni
      , diss'egli nel suo linguaggio misto di tutti gl'ingredienti. "La mi perdoni, ingegnere pregiatissimo. Gavarìa propramente necessità..."
      Di cosa?
      , fece l'ingegnere seccato. La porta si aperse e comparve la gialla faccia grifagna della serva.
      Oh scior parent!
      , diss'ella rispettosamente. Vantava non so quale affinità con la famiglia dell'ingegnere, e lo chiamava sempre così. "A sti òr chì? L'è staa forsi a trovà la sciora parenta?"
      La "sciora parenta" era la sorella dell'ingegnere, la signora Rigey.
      L'ingegnere si contentò di rispondere: "Oh Marianna, vi saluto, neh?", e salì le scale seguito da Marianna col lume.
      Mia riverenza
      , cominciò il signor Giacomo venendogli incontro con un altro lume. "Capisco e riconosco la inconvenienza grande, ma propramente..."
      Il visetto raso e roseo del signor Giacomo, posato sopra un cravattone bianco e una piccola smilza personcina chiusa in un soprabitone nero, esprimeva nei moti convulsi delle labbra e delle sopracciglia, negli occhi dolenti, la più comica inquietudine.


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Piccolo mondo antico
di Antonio Fogazzaro
pagine 421

   





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