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      Povero ingegnere!
      , esclamò Pasotti. "Povero Ribera! È un buon galantuomo, ma..."
      E tira e tira, il disgraziato signor Giacomo cominciò a venir su, dietro all'amo e al filo.
      Mi propramente
      , diss'egli, "no volea. El me gà fato zo. "Vegnì", el dise, "percossa mo no volìo vegner? Mal no se fa, la cossa xe onesta." Sì, digo, me par anca a mi; ma sto secreto! "Ma! La nona!" el dise. Capisso, digo, ma no me comoda. "Gnanca a mi", el dise. Ma alora, digo, che figura fémoi, Ela e mi? "Quela del m...", el dise con quel so far de bon omo a la vecia, "che cossa vorla?, el xe propramente per el mio temperamento." Alora vegno, digo."
      Qui si fermò. Pasotti aspettò un poco e poi, con prudenza, tirò il filo. "Il male si è", diss'egli, "che a Castello se ne sia parlato."
      Sì signor; e me lo son imaginà. Tase la famegia, tase l'ingegner, taso mi che s'intende, ma no taserà el piovan, no taserà el nonzolo.
      Il parroco? Il sacrestano? Adesso Pasotti capì. Trasecolò; non si aspettava un affare così grosso. Versò da bere al malcapitato signor Giacomo, gli cavò facilmente tutti i particolari del matrimonio e cercò di cavargli pure i progetti degli sposi; ma questo non gli riusciva. Si mise a scozzar le carte per continuar il giuoco e il signor Giacomo guardò l'orologio, trovò che mancavano nove minuti alle sette, ora in cui era solito caricare il suo pendolo. Tre minuti di strada, due minuti di scale, non aveva più che quattro minuti per congedarsi. "Controllore gentilissimo, La ghe fazza el conto, la xe cussì, no ghe xe ponto de dubio.


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Piccolo mondo antico
di Antonio Fogazzaro
pagine 421

   





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