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      Non aveva ancora girato il canto della chiesa, che Luisa lo riconobbe al passo e chiamò:
      Franco?
      . Egli saltò avanti, fu visto, vide l'ombra di lei sparire dalla finestra, entrò in casa di corsa, si slanciò sulla scala gridando "libero, libero!" mentre sua moglie la scendeva a precipizio con una furia di "come come come?". Si cercarono con le braccia avide, si afferrarono, si strinsero, non parlarono più.
      Parlarono poi, in loggia, per due ore continue di tutto che avevano visto, udito e provato, ritornando sempre alla sciabola, alle carte, alle monete, non senza fermarsi su tante inezie, sull'accento veneto che aveva l'aggiunto, sul gendarme bruno che pareva un buon diavolo e sul gendarme biondo che doveva essere un cane. Di quando in quando tacevano, gustavano il silenzio sicuro e la dolcezza della casa; poi ricominciavano. Prima di andar a letto uscirono sulla terrazza. La notte era scura e tepida, il lago immobile. L'afa, le tenebre, le forme vaghe, mostruose delle montagne pigliavano nella immaginazione una mortale pesantezza austriaca; l'aria stessa ne pareva grave. Non avevano sonno, né LuisaFranco, ma conveniva pure andar a letto per la fantesca che vegliava Maria. Entrarono in camera in punta di piedi. La bambina dormiva, aveva il respiro quasi regolare.
      Cercarono di dormire anch'essi e non ci riuscirono.
      Non potevano a meno, specialmente Franco, di parlare. Egli domandava sottovoce: "Dormi?". Ella rispondeva "no" e allora tornavano in campo le monete o le carte o la sciabola o lo sgherro dall'accento veneto.


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Piccolo mondo antico
di Antonio Fogazzaro
pagine 421

   





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