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      Subito dopo la morte del Boccaccio, la lingua italiana disparve ad un tratto, non solo dalle altre provincie e città, ma anche dal mezzo della città di Firenze; e non cominciò a riapparire se non dopo il corso di cent'anni e più, a' giorni di Lorenzo de' Medici. Non vi fu libro di prosa scritto nè con eloquenza, nè con eleganza, e neppure con ordinaria correzione di stile, o con proprietà di parole. Non vi furono versi nè rime che meritassero non che il nome di poesia, ma neppure d'essere ricordati. Alcune eccezioni potrebbero addursi, ma consistono presso che tutte non tanto nella positiva eccellenza, bensì nel povero merito di avere scansati i difetti comuni ad ogni uomo in quel lungo periodo di tempo. Leonardo Aretino, in quel pochissimo che scrisse in prosa italiana, e Giusto de' Conti rimatore romano, nella sua raccolta di Sonetti e di Canzoni ch'ei chiamava La Bella Mano, sono men barbari de' loro contemporanei, e non ridondano di solecismi. Ma la naturale proprietà delle parole, gl'idiotismi ingentiliti, la giuntura grammaticale che abbiamo rilevato negli scrittori del secolo precedente, e fin anche ne' ricordi degli artigiani e ne' libri de' conti di bottegai, si cercano invano. L'unico libro che ricorda la dicitura delle generazioni sepolte fu composto in forma di dialogo dal Pandolfini gentiluomo Fiorentino, ed è intitolato Del Governo della Famiglia. Infatti è opera d'un padre che non parla con personaggi finti, bensì co' suoi figliuoli, ed a' quali con la sua propria esperienza insegna cose che pochissimi libri dichiarano, e delle quali pur nondimeno l'esistenza dell'uomo è circondata dì e notte, perchè sono bisogni perpetui, benchè triviali; minimi, e nondimeno imperiosi; e noiosissimi e insieme funesti a chi li trascura.


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Sulla lingua italiana
Discorsi sei
di Ugo Foscolo
Istituto Editoriale Italiano
1914 pagine 176

   





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