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      Anzi (restando illesa la vita e l'onore) la grandezza dell'ingiurie mi è più presto di sollevamento, ed è come una spezie di vendetta, e l'infamia ricade sopra i traditori e i costituiti nel più sublime grado dell'ignoranza, madre della malignità, dell'invidia, della rabbia e di tutti gli altri vizii e peccati scelerati e brutti. Bisogna che gl'amici assenti si contentino di queste generalità, perché i particolari, che sono moltissimi, eccedono di troppo il potere esser racchiusi in una lettera. Di tanto si contenti V. S., e si quieti e consoli nel mio essere ancora in stato di poter ridurre al netto le altre mie fatiche e pubblicarle.
      L'avviso che tiene V. S. d'Argentina, mi è piaciuto assai, e riconosco l'onore dall'intercessione e indefessa vigilanza sua. Arei auto gusto che 'l mio Dialogo fusse capitato in Lovanio in mano del Fromondo, il quale tra i filosofi non assoluti matematici mi par dei men duri. In Venezia un tal D. Antonio Rocco ha stampato in difesa dei placiti d'Aristotele, contro a quelle imputazioni che io gl'oppongo nel Dialogo: è purissimo peripatetico, e remotissimo dall'intender nulla di matematica né d'astronomia, pieno di mordacità e di contumelie. Un altro iesuita intendo avere stampato in Roma per provare la proposizione della mobilità della terra esser assolutarnente eretica; ma questo non l'ho ancora veduto.
     
     
      XXIII
     
      A ELIA DIODATI IN PARIGI
     
      (Arcetri, 25 luglio 1634)
     
      Molto Ill.re Sig.re e P.rone Col.mo
     
      Spero che l'intender V. S. i miei passati e presenti travagli insieme col sospetto di altri futuri mi renderanno scusato appresso di lei e degli altri amici e padroni di costà della dilazione nel rispondere alle sue lettere, e appresso di quelli del totale silenzio, mentre da V. S. potranno esser fatti consapevoli della sinistra direzzione che in questi tempi corre per le cose mie.


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Lettere
di Galileo Galilei
Ricciardi Editore
1953 pagine 265

   





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