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      Io sin qui vi ho prodotti due luoghi dove Aristotile afferma, il senso della vista avergli mostrato, la proporzione delle velocità de' mobili ineguali esser l'istessa che quella delle gravità loro; tocca ora a voi a insegnarmi i luoghi dove non dalla esperienza, ma dalla ragione, ha appreso tal dottrina, la qual ragione dite che io doveva prima solvere, e poi argomentarli contro(475): perchè se voi non mi palesate(476) il luogo nel quale tal ragione si contiene, io vi stimerò men pratico sopra i testi di Aristotile di quello che voi vorreste esser tenuto; o vero che mi abbiate(477) voluto ingannucciare(478), col dissimulare quelle esperienze che vi sono, adducendo quelle ragioni che non vi si trovano; o vero stimerò (e questo senza fallo è il più vero concetto) voi pieno di mal talento contro di me, che trascorriate senza molta considerazione a far, come si dice, d'ogni erba fascio, e, perchè(479) speriate di oscurare quella gloria, quale ella si sia, che le mie molte nuove osservazioni mi hanno acquistato appresso quelle nazioni dove, per la lontananza, non arriva il dente dell'invidia a destare la malignità, fatto cieco dall'ira meniate(480) a traverso non pure ad Aristotile, ma bene spesso a voi medesimo. Quanto poi a quel che voi dite, che io dovevo addur le ragioni che, oltre all'esperienza (per vostro detto, fallace), mi persuadono l'egual velocità de' mobili, quanto si voglia diseguali, non mancherò di farvele sentire più a basso.
      6. In tanto, per il vostro sesto mancamento, faremo un poco di reflessione sopra quelle cose che voi medesimo producete come ragioni di questa reciproca corrispondenza di gravità e di velocità. Già di sopra vi ho scoperto la indiretta conseguenza che voi cavate dalle premesse, mentre dite: "L'effetto della gravità è tendere all'ingiù; dunque, ove più gravità si trova, ivi deve accelerarsi più il moto del corpo cadente"; la qual conseguenza non si può cavare dalle premesse, nelle quali non si è fatto menzione di velocità, ma sì bene dell'ingiù(481), perlochè l'argomento dovea camminare così: "L'effetto della gravità è tendere all'ingiù; dunque(482), ove è maggiore gravità, ivi maggiormente si deve tendere all'ingiù"; e così era vero e camminava bene.


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Le opere di Galileo Galilei
Edizione nazionale sotto gli auspici di sua maestà il re d'Italia. Volume VII
di Galileo Galilei
Tipografia Barbera Firenze
1897 pagine 1069

   





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