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      Quella statuetta mi consolò, e mi dettò quei quattordici versi, che forse risentono di quel primo rasserenarsi d'una mente oscurata fino allora da un lungo e profondo dolore. Da te accetto la lode senz'altro, e ne traggo forza e desiderio di far meglio.
      20.
      A Pietro Papini.
      Caro Piero.
      Il Martellini ha ragione di lamentarsi: a volte la mia sbadataggine è imperdonabile, ma ho saldato le partite con lui e col Vannucci al quale dovevo rimettere un paio d'occhiali da un secolo.
      Mi dispiace che l'umore di Bista sia così malinconico come tu mi dici. Non è quella l'età di fare il romito neppure in una cella di cacio parmigiano; ma se il suo temperamento lo porta a vivere lontano dalla baraonda, lascialo fare. Dirò una buscherata, ma per me sono arcipersuaso che s'impari all'Ussero almeno quanto s'impara in Sapienza, e però vorrei che questi due locali si dividessero il tempo della vita dello scolare, ad onta delle prediche di tutti i predicatori. Codesto di Pisa è un noviziato doppio; cioè vi s'incomincia a imparare a studiare e a imparare a vivere; poi, usciti di costà s'incomincia a saper vivere e a sapere studiare. Queste cose non te le do per moneta buona e corrente, ma per quello che ho nella borsa. I libri soli non insegnano a vivere, insegnano a geometrizzarsi un modo d'esistere pedantesco. Vedrai nel mondo strigare speditamente la matassa delle cose più dalla zampa degli asini pratici, che dalla mano dei teorici saputissimi. Con questo non intendo di anteporre l'ignoranza alla dottrina; ma asserisco che il sapere privo dell'esperienza della vita, è una dotta gufaggine bisbetica e sterile.


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Epistolario
Volume Primo
di Giuseppe Giusti
Le Monnier Editore Firenze
1863 pagine 416

   





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