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      Addottorato, passa in una città anco più grande, per modo d'esempio nella capitale, e là tuffandosi sempre più negli studi, nella folla e negli usi cittadineschi, s'assuefà alle morbidezze, al liscio, alle disinvolture interne ed esterne della gente come va. Ritieni sempre che abbia cuore e cervello ben disposto e che si sia imbarcato in quel maremagnum, non credendo di perdersi ma d'andare a far capo a un Messico, a un nuovo Perù di delizie e di belle cose. Già la Procura o la Condotta non sono più da gran tempo le colonne d'Ercole della sua mente: sogna posti più eminenti, conoscenze migliori o più superbe di quelle contratte agli studi, amori meno grossolani di quelli di montagna, o meno da strapazzo di quelli dell'università. Passa tre, quattro, cinque anni confuso giù nel buglione o solamente notato dalla figliuola di un notaro o d'un pizzicagnolo ricco che vuol farsene un marito, da qualche vecchia arrembata, per il colore bronzino, per la figura quadra e ossuta. Già la superbiola di credersi il primo del suo paese è stata rincalcagnata dal trovarsi tra gli ultimi di colà.... (Non continua.)
      61.
      A Matteo Trenta.143
      Pescia, 19 dicembre 1840.
      Mio caro sig. Matteo.
      Scrissi quelle poche cose a Giovannino come dettò l'animo ricordevole d'aver sempre desiderato una guida e di non averla trovata mai. Quanti passi inutili si potrebbero risparmiare ai giovanetti se i maestri invece di gonfiarsi della boria e dell'autorità del titolo, sentissero veramente la carità dell'ufficio loro!


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Epistolario
Volume Primo
di Giuseppe Giusti
Le Monnier Editore Firenze
1863 pagine 416

   





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