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      ) alla Commedia di Dante Alighieri.
      Ho ripreso gli scrittori latini, dei quali tu solo non mi hai fatto sentire il fastidio quando sarebbe stato il tempo d'imbeversene: t'uscii troppo presto di mano e caddi in quelle dei prefetti! Per ora ho la testa intronata dagli esametri, come accade a sedici anni, quando per le prime volte usciamo dal ballo, che tutta la notte restano i violini nel cranio. Quella vena fluida, uguale, limpida di Virgilio che ti fa direTutte l'acque che son di qua pių monde
      Parrieno avere in sč mistura alcunaVerso di quella che nulla nasconde;
      e quella pronta, pieghevole vivissima fantasia d'Ovidio che s'aggrava talora della sua troppa ricchezza, mi fanno sempre pių stomacare di questa gora d'inchiostro che tutto confonde, di questi estri di struzzo, che coll'ali grette e flosce ambiscono al tondo lunare.
      Fra i libri di una volta, e i libri che corrono oggi, novantanove per cento, mi pare che ci sia questa po' po' di differenza, che in quelli bisogna sfiorare e sfiorare, prima di trovarci un pruno; e in questi, dopo avere sfrascato diecine e ventine di pagine, troverai un fiore di cera, e al pių al pių di stufa. Che sarā? Doman te n'avvedrai, diceva quello che benediva coll'olio. T'abbraccio caramente. Addio.
      87.
      Al Professore. . . . .
      Caro Professore.
      Aveva scritto al Niccolini, pregandolo di dirmi qualcosa della povera Ortensia, quando a un tratto, sul punto di spedire la lettera, ho avuto la nuova dolorosa, e l'ho avuta cosė male, che tra la pena dell'accaduto e il modo d'annunziarmelo, n'ho sentito un colpo terribile.


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Epistolario
Volume Primo
di Giuseppe Giusti
Le Monnier Editore Firenze
1863 pagine 416

   





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