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      O io non intendo pių me medesimo; o io sono un altro: del mio essere d'una volta non č rimasto intero altro che la fede e l'amore di certi principii. E per pena maggiore tutto s'era appianato davanti a me in questi ultimi tempi. Certi dissapori di famiglia, certi fastidi che io stesso m'era procacciato erano spariti affatto, ed eccoti la salute che m'abbandona a un tratto e mi lega le mani, i piedi, il cuore e la testa.
      Il sopravvivere a tanta parte di sč, č una sciagura che vince d'amarezza tutte quelle che si possono patire e immaginare, ed io stimo beato l'uomo che scende intero nel sepolcro. Nel primo terrore d'un male sordo e terribile che sentiva nascere in me senza conoscerlo, io diceva spesso a me medesimo: Oh almeno mi restasse la vita della mente! . . . . (Non continua.)
      114.
      A Marco Tabarrini.
      Caro Marco.
      Hai ragione: la narrazione di Luca Della Robbia č pietosissima. Quelle anime forti, generose, libere, sono quasi incomprensibili per noi nati in un tempucciaccio paralitico, inetto ai grandi delitti e alle grandi virtų: quelle sentivano Iddio, noi il prete neppure a mala pena: ad esse eran freno e spinta ad un tempo medesimo idee virili di morale e di religione, adesso agghiaccia le viscere a tutti il pensiero del tornaconto, a molti la paura del diavolo. Io rido a pių non posso quando veggo i romanzieri e i poeti nostri contemporanei sforzarsi a far parlare i nostri padri. Perō ringrazio la madre natura che m'abbia avvertito per tempo di lasciare in un canto gli antichi eroi da tragedia per sollazzarmi a maneggiare i burattini contemporanei.


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Epistolario
Volume Primo
di Giuseppe Giusti
Le Monnier Editore Firenze
1863 pagine 416

   





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