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      Non sempre concederà Dio a costoro lauta virtù pantomimica che non scappi talora di sotto il cuoio del leone la coda dell'asino, e già so che di queste code ne veggono anche gli amici miei, sebbene (torno a dire) pochi hanno occhi per vedere, e a chi l'ha manca il coraggio di confessare d'aver veduto quando l'amor proprio pare che ne rimanga offeso.
      115.
      Mio caro amico.
      Anco qua abbiamo fatte le matte risate sopra quella sacra baracca di Pistoia, portata via dalla tramontana, e compianta la furia religiosa di quella mezza serqua d'arfasatti, che briga per metter su la seconda recita. O quel pretaccio di Cerere incristianita, gobbo d'anima e di corpo, che dice di queste scene? Sta' a vedere che era festaiolo anco lui! Se non era meritava d'esserlo, e di portare a zonzo uno dei tanti ninnoli della Passione; per esempio la disciplina, buona se non altro a spianargli il groppone. Chi sa i Pratesi come sono andati in gloria. Io gli vedevo di qua smascellarsi dalle risa, e rinfrescare le stizze da campanile a campanile, stizze che covano tra noi da tempo immemorabile. Parlo della bruzzaglia, non degli uomini a garbo.
      Sapevo qualcosa sul conto della Rivista indirettamente. Il mio parere sarebbe questo: scrivere senza servitù e senza licenza; battere le cose e risparmiare le persone; astenersi soprattutto dagli epiteti offensivi e dalle scappate poco amorevoli; guardarsi dal suscitare e dal riattizzare certe liti che sono state sempre la pietra dello scandalo tra noi toscani e quelli di Lombardia; scrivere correttamente fino allo scrupolo, per non tirarci addosso le risate di quei tanti che non possono perdonarci il vantaggio di trovare in casa la lingua bell'e fatta, e anco per non lasciare a denti secchi coloro che aspettano a bocca aperta tuttociò che piove di Toscana.


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Epistolario
Volume Primo
di Giuseppe Giusti
Le Monnier Editore Firenze
1863 pagine 416

   





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