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      Sia rivisto il pelo anco a loro, ma rivisto senza strapparlo, che assai ci accusano d'essere inclinati ad avventarci l'uno contro l'altro. Vi sono cose e persone nel mondo da far bestemmiare non so chi mi dire; ed io che son portato più a compatire che a frustare (sebbene le apparenze smentiscano), ho rotto i cancelli e tornerò a romperli più d'una volta; ma in verità io non intesi di fare un epigramma quando scrissi che i figuri ridicoli non meritano neppure un'infame celebrità. Per esempio chi non si sente montare i futeri, come dicono certuni, vedendo quel canucciaccio del Mancini abbaiare ai garetti del Niccolini, del Capponi e d'altri uomini rispettabilissimi? Ebbene, va lasciato nella sua nullaggine disperata, va considerato come uno che assuefatto a mandar l'estro sulla falsariga, quando si mette a far di suo, esce subito di carreggiata, e per il lato del buon senso, e per quello dell'onore. Lascerei che questi bassi vituperi cadessero da sè; tirerei un velo sulle debolezze dei galantuomini, frusterei i pregiudizi in generale, riprenderci sempre con amore i difetti di questo e di quello.
      116.
      Alla Signora Ildegonda Nencini, nata Giusti.*
      Firenze, 2 settembre 1843.
      Mia cara Sorella.
      Ho sentito un dolore vivissimo della perdita della tua figliolina, mia carissima nipote, che sperava di vedere e di abbracciare come mio sangue. Io non so cosa dirti, perchè a queste piaghe non v'è medicina che valga fuori che il tempo. Fatti più coraggio che puoi, e consola anco il povero Cecco, che sarà desolatissimo.


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Epistolario
Volume Primo
di Giuseppe Giusti
Le Monnier Editore Firenze
1863 pagine 416

   





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