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      So che si tratta di un male abbastanza grave e molto doloroso; tu avrai veramente la pazienza necessaria per curarti bene senza fretta? Spero di sí. Io posso contribuire a farti aver pazienza, scrivendoti lettere piú lunghe del solito. È un piccolo sforzo che non mi costerà gran che, se tu ti accontenterai del mio chiacchiericcio. Eppoi, eppoi, sono molto più sollevato di prima.
      La lettera di Giulia ha determinato in me uno stato d'animo piú tranquillo. Le scriverò a parte, un po' a lungo, se mi sarà possibile, perché non voglio farle dei rimproveri e non vedo ancora come potrò scriverle a lungo, senza farle dei rimproveri. Ti pare giusto, infatti, che ella non mi scriva quando sta male o è angosciata? Io penso che, proprio in tali circostanze, dovrebbe scrivermi di piú e piú lungamente. Ma non voglio fare di questa lettera la sezione-rimproveri.
      Per farti passare il tempo ti riferirò una piccola discussione «carceraria» svoltasi a pezzi e bocconi. Un tale, che credo sia evangelista o metodista o presbiteriano (mi sono ricordato di lui a proposito del suaccennato «prossimo») era molto indignato perché si lasciavano ancora circolare per le nostre città quei poveri cinesi che vendono oggettini certamente fabbricati in serie in Germania, ma che dànno l'impressione ai compatrioti di annettersi almeno un pezzettino del folklore cataico. Secondo il nostro evangelista, il pericolo era grande per la omogeneità delle credenze e dei modi di pensare della civiltà occidentale: si tratta, secondo lui, di un innesto dell'idolatria asiatica nel ceppo del cristianesimo europeo.


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Lettere dal carcere
di Antonio Gramsci
pagine 803

   





Giulia Germania